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Un anno dopo

"Ricordo molto bene come sabato 7 marzo 2020 io e la mia fidanzata andammo in montagna a Piancavallo, vi era molta neve e parecchia gente. Non usavamo mascherine, non usavamo gel, e  il virus era solo una preoccupazione giornalistica anche se sentivamo nei nostri cuori che forse sarebbe stata l'ultima gita di quel tipo, e neanche 24 ore il Veneto è rosso. La nostra collaboratrice Cristina e fidanzata di mio fratello, è Veneta e lavora da noi solo il venerdì, sabato e domenica, valuta se restare a dormire da noi per essere qui e lavorare nel fine settimana successivo, ma resterà a casa sua. 

Siamo a lunedì 9 marzo, Venezia è svuotata da turisti e noi iniziamo a riempire il locale con le avvertenze dettate dal primo di una serie di dpcm. 

Sostanzialmente si raccomandava di mantenere la distanza di un metro e non accalcarsi, così noi provammo a imporre questo comportamento e cercando di rendere la consumazione ai tavoli e l'asporto il più ordinata possibile.

Ma non era per nulla facile e la nostra collaboratrice Katiuscia, appena tornata da una convalescenza era presa a cercare di dare il miglior servizio a una clientela confusa da questo accelerarsi di una situazione sempre più anomala.

#iorestoacasa

Ed eccoci al 10 marzo #iorestoacasa e la pizzeria chiude.

Non sappiamo cosa sarebbe accaduto ma per prima cosa cerchiamo di organizzarci per non buttare via quello che avanzava. Così, mia madre Rosalba prepara teglie di parmigiana di melanzane e noi prepariamo pizze che doneremo ai Carabinieri e alla Protezione Civile.

Così passiamo le giornate con la sensazione che qualcosa di molto grave sta accadendo, la tv e i giornali sono totalmente confusi e non sono in grado di dare alcuna notizia realmente utile. 

Inizia un periodo fatto di incertezze, parmigiane di melanzane e tanti lavori in casa, dalle pulizie alle piccole riparazioni.

Passano i giorni e quello che sembrava un momento si delinea sempre di più come un periodo molto più lungo e così iniziamo a organizzarci per trovare un modo di mandare avanti la nostra attività, pagare le scadenze e sostentarci.

Messi al riparo i dipendenti con la cassa integrazione straordinaria e in attesa dei 600 euro del governo si inizia a capire come fare a consegnare le pizze a domicilio.

Il domicilio era un’attività che non abbiamo mai intrapreso e abbiamo così dovuto inventarcela dal nulla, di sicuro potevamo contare sul lavoro familiare e la nostra unione, ma ciò che ci preoccupava di più era ben altro. Infatti in una vera e propria riunione prendemmo la decisione di procedere con le consegne a domicilio ben consci del pericolo a cui ci esponevamo. Nel frattempo la scarsità di mascherine, guanti e gel era leggermente passata e quindi ci armammo di ogni cosa per evitare di contagiare e di contagiarci.

Così il 3 aprile, 23 giorni dopo, la pizzeria da Rosalba era di nuovo aperta.

Tra le poche cose positive di quel periodo non posso che non ricordare con affetto quanto la natura riprese il sopravvento sul mondo e venne a trovare in pizzeria.

23 giorni dopo

I problemi che abbiamo dovuto affrontare sono stati molti e tra questi il più complicato fu riuscire a trovare un modo di gestire le consegne con le preparazioni delle pizze.

Scegliemmo di dividerci i compiti, mio padre Natale (Lino) faceva le pizze, mia madre Rosalba si occupava delle telefonate e dei conti, mio fratello Michele consegnava le pizze in bicicletta nei dintorni della pizzeria e io consegnavo le pizze in macchina, in modo da coprire un raggio maggiore.

Mentre io uscivo a portare delle pizze, mio padre preparava quelle per mio fratello così da alternarci ed essere il più possibile efficienti.

Dopo i primi giorni capii come dividere la città in zone per ottimizzare la consegna e per rendere più semplice il tutto creai un tabellone su cui sistemare gli ordini.

 


L'asporto

Il 28 aprile è stato il giorno in cui decidemmo, anche grazie alle nuove misure del governo, di cominciare nuovamente a far venire i clienti a ritirare la pizza in pizzeria.

Anche qui ci organizziamo nel miglior modo possibile e ci siamo costruiti una barriera in plexiglass che ci consentisse di tenere tutti al sicuro.

I morti continuavano a salire e le preoccupazioni erano alle stelle ma eravamo riusciti comunque a proseguire con la nostra attività.

Ci confrontavamo continuamente con i nostri colleghi i quali tentavano le stesse cose e cercavano come noi di sopravvivere alla situazione e si cominciò a creare una rete di solidarietà tra di noi. 

Per riavere le persone al tavolo abbiamo dovuto aspettare fino al 19 giugno anche se avremmo potuto riaprire dal 18 maggio. Questa scelta fu dettata da un curva epidemiologica da poco in discesa e quindi il rischio di mettere i clienti, i nostri collaboratori e noi a rischio, in più l'organizzazione del locale non era ancora pronta ad ospitare tutti in sicurezza .

Un anno dopo

Questo mio racconto vuole essere una breve cronaca a ricordo di quello che iniziò a succedere un anno fa e alle vicende che ne scaturirono. Purtroppo ad un anno da quel fatidico giorno le cose sembrano essere le stesse, quasi a vedere un film che si ripete, distruggendo la speranza che faticosamente abbiamo tenuto accesa.

 

In quei periodi abbiamo dovuto cambiare velocemente le nostre vite in tanti modi, mio fratello Michele si laureò summa cum laude il 16 marzo 2020 in Strategia e Consulenza Aziendale, tra i primi a laurearsi in videoconferenza. Mia sorella Carmen si diplomò al liceo classico con un esame di maturità riprogettato e concludendo le lezioni nelle DAD 1.0.

 

Ad un anno abbiamo un vaccino si ma la battaglia non è ancora vinta e guardando a come abbiamo affrontato la sfida di quest'anno sono fiducioso che riusciremo a vincere anche la guerra."

 

di Pasquale Naclerio